"Effetto di realtà": tecniche narrative per raccontare un luogo o un paesaggio

Consigli di scrittura.
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I segreti di Dickens, Kerouac o Simenon per catturare il lettore

15 luglio 2016 | di Oliviero Ponte Di Pino.
Dopo gli esercizi di scrittura per dare al proprio libro o racconto “l’effetto di realtà”, Oliviero Ponte di Pino ci racconta oggi i segreti dei grandi scrittori per catturare il lettore.

La vibrazione della realtà
Lo si può chiamare “effetto di realtà”: ci travolge quando, leggendo un testo letterario, ci dimentichiamo di trovarci di fronte a una finzione e ci sembra di essere lì. In quel luogo, in quello spazio o in quel paesaggio, tra quelle persone.
È questa la differenza tra lo scrittore mediocre e il grande scrittore: nella capacità di farci percepire la realtà del suo racconto. La scrittura produce illusioni, forse allucinazioni, che prendiamo per reali. Questo effetto di realtà è frutto di un artificio, di una tecnica di cui un autore può anche non essere del tutto consapevole, ma che si può esercitare e affinare.
Per prima cosa, dobbiamo capire come funziona questo “effetto di realtà”. In un suo celebre saggio, Roland Barthes cita il barometro che si trova nel salotto di Mme Aubain, in Un cuore semplice di Flaubert. Secondo Barthes, si tratta di un dettaglio superfluo, insignificante, privo della minima funzione dal punto di vista dell’analisi strutturale del racconto. Tuttavia è proprio questa immagine in apparenza inutile a creare nel lettore l’impressione di trovarsi davvero lì, nel salotto di Mme Aubain.

L’effetto di realtà dà credibilità e autorevolezza al narratore. Chi narra dà l’illusione di essere testimone dei fatti: li ha visti di persona, altrimenti come potrebbe ricordare quel dettaglio? E magari li ha anche vissuti e sofferti, persino se si tratta di una vicenda accaduta secoli prima.
Senza queste scintille di realtà, il racconto resta inerte, un accumulo di fatti e dialoghi privo della vibrazione che ci coinvolge.


La verità nel dettaglio
Attenzione al dettaglio, dunque. Ma con un’avvertenza. Non necessariamente deve esserci un accumulo di particolari. Anzi. L’elencazione infinita del verbale di polizia genera solo noia, appiattisce lo sguardo (a meno che non si voglia lavorare sull'"effetto lista" caro a Umberto Eco).
Sono molto più efficaci pochi elementi, magari uno solo: quel dettaglio può avere l’effetto di una rivelazione, perché condensa e rivela un intero mondo. Riesce a restituire la complessità di un mondo in un’unica immagine.
Un dettaglio porta con sé molteplici stratificazioni di significato. Se in un racconto dobbiamo inserire una sveglia che suona, il tipo di orologio, o la sua suoneria, potranno dare la sensazione di ascoltare il suono della sveglia, ma potranno darci al tempo stesso moltissime altre informazioni: sul luogo in cui ci troviamo, sul carattere del protagonista, sul momento storico in cui avviene la scena e così via.


Il personaggio e il mondo
Fino a qui, abbiamo pensato alle descrizioni come elementi oggettivi, che fotografano uno spazio, un panorama, a prescindere da chi lo abita o da chi lo attraversa.
Un romanzo, o un racconto, non è un inventario, ma un’esperienza da condividere. Non è, e non può essere, una mappa esaustiva del reale. È un viaggio, un percorso. La letteratura non restituisce la banalità dei fatti, ma le sensazioni e le emozioni di chi li vive. L’ambiente che ci circonda influenza il nostro stato d’animo. Lo fa in maniere molto diverse. C’è chi è felice di trovarsi in campagna e chi trova quel paesaggio irrimediabilmente noioso. Lo stesso personaggio può trovarsi bene in un certo ambiente, in un certo momento della propria vita, e avere una reazione molto diversa se ci torna vent’anni dopo. Il nostro atteggiamento, e il nostro stato d’animo, è diverso alle dieci di mattina e alle tre di notte.
Da tempo gli scrittori usano i luoghi e il paesaggio con diverse funzioni. L’ambiente in cui è cresciuto un personaggio può spiegare molti aspetti della sua formazione e della sua personalità: è molto diverso nascere e crescere in un villaggio di pescatori o in una grande metropoli. Un luogo, o un paesaggio, può cambiare lo stato d’animo di un personaggio, incutendogli paura, oppure rassicurandolo, per esempio. Uno scrittore può anche utilizzare un luogo o un paesaggio per condensare la personalità, o lo stato d’animo, di un personaggio, più o meno agitato, più o meno tranquillo. Un titolo come Cime tempestose non allude all'alpinismo, ma allo stato d’animo e al destino dei suoi protagonisti.


Geografie letterarie
Sorprendere il lettore portandolo in luoghi che non conosce, e che non immagina nemmeno possano esistere: questa è una delle magie della letteratura.
Molti scrittori hanno dei luoghi dell’anima, che sono al cuore dei loro romanzi. La geografia letteraria è fatta prima di tutto di questi mondi paralleli, fantastici e insieme reali, concreti, tangibili, che scopriamo ed esploriamo pagina dopo pagina.

Lo spunto può essere un luogo reale, come la Londra di Dickens, o la Parigi di Balzac e Zola, e quella di Simenon, la Pietroburgo di Dostoevskij, quella dei romanzi ma anche quella delle Notti bianche. Ma ci sono anche la Dublino dell’Ulisse di Joyce e l’America on the road di Jack Kerouac, la New York di Tom Wolfe
Ci sono luoghi reinventati dall'immaginazione storica (e dallo studio), come la Lombardia di Manzoni, ma vibra anche l’antica Roma delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. A volte un luogo può lavorare nella memoria, come la Ferrara del Giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani, o l’Europa dei ghetti di molte opere di Isaac B. Singer, memorie di civiltà cancellate dalla guerra e dalla Shoah.

In alcuni casi, la scrittura arricchisce la realtà di un luogo. Trieste non è più la stessa città, dopo che l’ha raccontata Claudio Magris. La Bellano del Novecento è stata reinventata in decine di romanzi e racconti da Andrea Vitali. Non conosciamo davvero Napoli se non abbiamo letto Eduardo De Filippo, e la Sicilia senza Verga, De Roberto e Tomasi di Lampedusa.
Alcuni scrittori hanno creato veri e propri mondi nati dalla fusione di realtà e costruzione letteraria, per esempio la contea immaginaria di Yoknapatawpha che fa da sfondo ai romanzi di William Faulkner. La Vigata di Andrea Camilleri è un altro esempio di città fantastica che diventa realtà letteraria, con una sua geografia, e sapori, odori, sensazioni…

A volte basta un edificio per condensare e far esplodere un intero mondo narrativo, e magari filosofico: basti pensare al sanatorio della Montagna incantata di Thomas Mann, o al Castello di Franz Kafka.
C’è chi sa benissimo che gli spazi e i paesaggi sono un ingrediente letterario fondamentale: gli autori di genere (noir, thriller, polizieschi). Molto spesso i loro romanzi – che spesso formano serie – sono un omaggio alla loro città e ai loro abitanti. Leggendoli, su quel luogo del male e della bellezza spesso impariamo molte più cose che leggendo una guida turistica o passandoci un week-end. 
Altri autori devono saper dominare, nella loro scrittura, luoghi e paesaggi. Per esempio gli autori di fantasy: le emozioni che provano i personaggi, e quelle che prova il lettore, hanno un rapporto molto stretto con lo spazio e il paesaggio, che molto spesso condensa e simboleggia elementi archetipici: la foresta, il deserto, il castello, la grotta e la torre, il mercato… Sono simboli, e al tempo stesso tappe di un destino, di un percorso di crescita e formazione.
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